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  Autore: Mn     19/09/2009

Dai Documenti articolo pubblicato su
ANIMAZIONE SOCIALE - aprile 2001
Quelli che depressi non vogliono essere


Frecce/3
Stare in strada
Marco "naso" Barnieri


Il centro storico di Genova, il più grande d'Europa, si caratterizza per la fitta ragnatela di vicoli (Caruggi) intorno al porto antico. Dalla fine degli anni '80 il territorio è stato oggetto di forte immigrazione da una parte e ristrutturazione dall'altra.
Si susseguono così scorci di straordinaria bellezza ad altri che la nascondono dietro il degrado urbano e sociale. La luce del sole si alterna alle ombre e colora di differenti tonalità le pietre del selciato e i muri.
Si vedono solo fessure di cielo e i palazzi sembrano toccarsi. La popolazione conta poco meno di 24.000 abitanti la cui estrazione sociale è prevalentemente bassa o medio bassa e molti sono gli immigrati irregolari.
Non ci sono spazi di verde attrezzato né impianti sportivi, il territorio è prevalentemente pedonale e per le sue caratteristiche facilita la comunicazione e la socialità.
La zona, da anni fortemente militarizzata, presenta importanti fenomeni di macro e micro criminalità e di disagio spesso adolescenziale.
In questo ambiente, in seguito a un'aggregazione nata allo stadio (gradinata Nord del Genoa) da parte di un centinaio di ragazzi e ragazze tutti residenti nel centro storico, è iniziato nel 1988 il percorso dell'Associazione Circolo i Caruggi.
Le finalità mirano al miglioramento della qualità della vita attraverso la partecipazione attiva dei soggetti sociali, nella prospettiva dello sviluppo solidale di comunità.
L'intervento è rivolto a quest'ultima nel suo insieme, ma in particolare ai bambini e agli adolescenti.
La nascita dei "Caruggi" ha significato un importante cambiamento in seno al tessuto comunitario, proprio perché ha visto l'attivazione e il coinvolgimento reciproco di numerose risorse individuali e collettive.
Un cammino inverso ad altre esperienze: qui la committenza è la stessa utenza, il motivo è il quotidiano vissuto.
Fino al '95 il progetto è stato sostenuto esclusivamente dalle sottoscrizioni dei soci, degli abitanti e dei negozianti della zona.
Dal 1995 sono giunti discontinui contributi da Comune, Ministeri, Regione.
Le attività vanno da forme di sostegno (educativo, scolastico, sanitario, legale) all'organizzazione di tornei di calcio o pallavolo, gite, colonie estive, attività culturali e musicali, feste, giochi. Tutte sono offerte gratuitamente.
Parallelamente è andata sviluppandosi, in questi anni, un'azione di sensibilizzazione costante presso il pubblico adulto, attraverso la ricerca partecipata delle domande e delle risposte.
Sono state migliaia le persone interessate dall'intervento.
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L'Associazione, costituita originariamente da ragazzi italiani, si è adeguata alle mutazioni avvenute nel tessuto sociale diventando oggi una ricca esperienza di multietnicità.
Dal marzo 2001, infine, il Comune di Genova ha assegnato ai "Caruggi" (dopo un'attesa durata nove anni e contrassegnata da diverse lotte e raccolte di 9000 firme) i locali di un ex cinema.
L'obiettivo è farne un centro sociale polivalente, in una zona del centro dove sono presenti fenomeni di microcriminalità, tra cui spaccio e furti, e situazioni di prostituzione anche minorile.
Abbiamo deciso di chiamarlo Pow Wow: per i nativi d'America, il pow wow è l'incontro annuale di tutte le tribù amiche e significa giochi, festa, incontro.
Il centro si propone quindi di favorire la rivitalizzazione culturale della zona, offrendo uno spazio ricreativo agli abitanti.
Il percorso di questi 13 anni è stato caratterizzato dal capillare lavoro di strada.
Il radicamento, la conoscenza dei linguaggi, delle culture, dei luoghi, delle persone e delle loro storie di vita, delle risorse, dei bisogni e dei disagi, hanno rappresentato, insieme al senso di appartenenza al territorio, il patrimonio con cui è iniziata quest'avventura.
Il lavoro dì strada si propone l'attivazione di tutte quelle risorse che con la loro espressione possano diventare determinanti nella creazione dell'ambiente in quartiere (inteso come luogo di aggregazione, socializzazione e comunicazione) concorrendo allo sviluppo del senso solidale di comunità.
Il tentativo consiste nel provocare significativi cambiamenti nel contesto culturale favorendo connessioni e coinvolgimenti, lavorando sempre con e mai per, puntando al radicamento (all'ereditarietà, potremmo dire) delle azioni e dei contenuti.
Ci siamo resi conto in questi anni che i percorsi disegnati dal disagio si sovrappongono o si incrociano a quelli delle risoluzioni: per questo è importante il riconoscimento delle risorse dell' ambiente, delle potenzialità inespresse, della solidarietà sommersa.
Tutto ciò costituisce il sistema delle correnti e dei venti favorevoli al navigare dell'iniziativa.
L'approccio con il territorio è stato fin da subito di tipo empatico e teso a penetrare dialetticamente e rispettosamente nelle storie di vita e nelle dinamiche comunitarie, in maniera che la gente possa riconoscersi e coinvolgersi in tale modalità di azione.
Nel lavoro con la comunità ogni relazione, sia individuale che collettiva, non deve essere forzata ma assecondata, nei termini di una sua naturale evoluzione.
Solo attraverso questa coscienza del tempo si possono ottenere dei cambiamenti sentiti e partecipati nel quotidiano della comunità stessa.
Il lavoro di strada, per questa esperienza, non è inteso unicamente come modo di fare ma come modo di essere e come processo metodologico di autodeterminazione, di collettivizzazione educativa e di liberazione.
L'unità di strada è minoranza attiva che lavora, in prospettiva dialettica, cercando di attivare la globalità delle altre minoranze presenti.
Nei vari momenti le attività di animazione dell'operatore sono di tipo informativo, formativo, educativo e ludico.
Le proposte, di volta in volta, conflittuali, provocatorie o veri e propri interventi di mediazione.

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NOI ESISTIAMO PERCHÉ ESISTONO DEI BISOGNI,
delle situazioni di disagio forte, ma soprattutto perché esiste l'ingiustizia di fondo.
Ingiustizia che si annida ovunque e arriva a penetrare nei rapporti più stretti, nel senso che abbiamo della vita.
Esistiamo perché esiste ancora la voglia di costruire insieme, la gioia per i rapporti più semplici e leali, perché non è ancora tutto del tutto mercato.
Esistiamo per creare una nicchia di resistenza che sappia sopravvivere a questa fase, cercando di individuarne gli sviluppi e di essere pronti al momento della riconquista della consapevolezza sociale.
Noi vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo farlo, a cominciare da noi, proseguendo nel cambiamento del tempo trascorso con gli altri.
Sperimentiamo ritmi, modalità, elaboriamo possibili soluzioni, impariamo, ariamo, seminiamo.
Cerchiamo di costruire ideologia non elitaria e partecipata, linguaggi che sappiano unire, progetti che sappiano rispondere a partire dalla discussione dei concetti di vita, educazione, individuo, collettività, benessere, dignità, rispetto, libertà.
Si tratta di assumersi le proprie responsabilità, quotidianamente, di trovare il coraggio di arrestare processi che minano lo spirito solidale.
Si tratta di andare incontro al futuro con una propria identità e proposta con la prerogativa del saper attendere, restituendo identità, dignità e libertà di progetto ai soggetti sociali.
Lottare per riscoprire il gusto e la necessità della rivendicazione, perché non si parli di controllo ma di liberazione sociale, per la ricostruzione di reti determinate dallo spirito solidale e dai percorsi delle risorse e dei bisogni reali, per liberare granelli di mondo dal mercato, per la demolizione delle forme burocratiche astruse nel Sociale, Pubblico e Privato, per la valorizzazione dell'individuo - operatore e quindi per la sua creatività e gioia utopica.
Facilitare e valorizzare i percorsi auto formativi, acquisire saperi, competenze, progettare alternative e mantenere l'emozione di lanciare il sogno e rincorrerlo.


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